Radiofonografo Brionvega RR122-FO

 | 12 febbraio 2011 00:29

L’ultima riparazione che mi è capitato di portare a termine riguarda un apparecchio che, dato l’aspetto assai “avanguardistico” del design, sarebbe “snobbato” da molti collezionisti di radio d’epoca (lo confesso: io per primo) come mero oggetto di modernariato, mentre magari sarebbe assai più appetito dai cultori del design italiano, di cui la marca che produceva e produce questi apparecchi è sempre stata promotrice. Stiamo parlando del modello RR122-FO della Brionvega, radiofonografo da tavolo a 5 valvole per la ricezione delle onde medie, della MF e dell’audio delle trasmissioni televisive.

Le linee dell’apparecchio infatti non tradiscono affatto la reale età del modello, che si rivela invece assai più veneranda delle apparenze, essendo infatti sorprendentemente un modello degli anni Sessanta.
E dico sorprendentemente non soltanto per le soluzioni stilistiche, ma anche per gli aspetti tecnici, assai “moderni” per l’epoca, quando con il termine moderno non intendo esprimere soltanto l’accezione positiva del termine: i componenti per esempio sono montati su circuito stampato, la qual cosa in sè è positiva, tuttavia l’uso della plastica (termoplastica) è già diffuso. Di plastica sono le pulegge di sintonia, la scala, le manopole e – ahimè – i tasti, nonché le boccole dove si inseriscono le viti di fissaggio del telaio, che ovviamente sono rigorosamente rotte. Il mobile inoltre è in legno truciolare laccato.

Sotto altri aspetti certamente il modello ha aspetti futuristici, come i piedini in acciaio cromato, le manopole, l’indice di sintonia a punta di freccia, la grafica della scala, la lampada ecc., tante cose che non ci danno l’idea di un oggetto “antico” ma tantomeno moderno.

Il giradischi è della Lesa, il classico modello anni ’60 in plastica grigia, non bellissimo ma preciso, robusto e affidabile, come testimonia il fatto che sia ancora perfettamente efficiente dopo tanti anni di età e soprattutto di inattività.

Quando mi è stato portato l’apparecchio era sostanzialmente completo a parte un tasto spezzato e una manopola mancante, quella relativa alla posizione “fono” per la precisione. L’interno era pieno di polvere, e la prima operazione è stata una sommaria pulizia. Il telaio, dopo aver tolto le viti di fissaggio, si estrae dal lato anteriore previa rimozione della scala e del retroscala in metallo. Il giradischi ha uno spinotto estraibile inserito nella presa “fono”, in questo esemplare tuttavia è presente un ulteriore filo saldato al telaio che, per consentire l’uscìta dello chassis è stato necessario dissaldare.

Dopo aver raffinato la pulizia ho smontato il commutatore, spostando il tasto spezzato dalla posizione “fono” a quella relativa all’audio della TV che, ormai, in tempo di digitale non consentirebbe più alcuna audizione. L’accensione, avvenuta aumentando gradualmente la tensione di accensione, ha dato subito segnali positivi, in quanto la radio ha iniziato a emettere musica su entrambe le bande. Il ronzio di fondo di volume superiore all’accettabile ha consigliato la sostituzione degli elettrolitici di filtro, mentre tutti gli altri condensatori si sono rivelati efficienti. Faccio presente che lo stadio di alimentazione è a semionda e realizzato mediante diodo a stato solido, per cui una percentuale di ronzio è ineliminabile.
Durante le varie prove si è spezzata la cordella di sintonia, la cui sostituzione ha dato qualche difficoltà in quanto la puleggia in plastica non è dotata delle consuete scanalature, e inoltre il variabile, essendo montato su guarnizioni in gomma, non era più perfettamente ortogonale al senso di scorrimento della cordina. Sistemato anche questo punto sono passato al giradischi che, pur essendo  completamente bloccato, dopo una buona pulizia e lubrificazione nei punti giusti e soprattutto con i lubrificanti corretti, come si diceva, ha dato subito soddisfazioni.

La radio ha un ottimo suono, anch’esso “moderno”, avendo come unico neo il rumore di fondo dell’alternata.

Anche questa riparazione, così inusuale, ha avuto i suoi aspetti piacevoli e istruttivi, che condivido, volentieri come sempre, con voi, appassaionati e non.

Radio Minerva 516/1

 | 28 ottobre 2010 20:23

La radio in questione ha dovuto “subire” un trattamento particolare in quanto mi è stata data in riparazione dal mio datore di lavoro. Prima di prenderne visione, mi era stata descritta come un apparecchio importante, per il quale i suoi genitori avevano sostenuto un notevole sforzo economico per l’acquisto.
Al ritiro della radio, in effetti, tale descrizione ha avuto conferma, in quanto l’apparecchio troneggiava su un imponente mobile bar con giradischi, del tipo in uso dagli anni ’30 fino agli anni ’50, dotato di vetrine con specchi ai lati per ospitare le bottiglie di cordiali, e di portadischi dietro le ante centrali. L’insieme si presentava nel complesso ben coordinato; non sono riuscito tuttavia a stabilire se il mobile fosse di produzione della stessa Minerva o meno. Lo stesso risultava mancante del giradischi a chiodo del tipo a soli 78 giri, presumibilmente prodotto dalla classica Lesa, di cui provvederò successivamente a fornire un sostituto per ripristinare la piena funzionalità del complesso.

Il proprietario avrebbe manifestato l’intenzione di trasformare il tutto in un complesso hi-fi, completo di amplificatore e casse al posto delle vetrine, per cui l’ho fortunatamente convinto a desistere. Questo fatto mi porta a ricordare quella volta in cui salvai uno dei primi televisori Geloso in radica dall’essere segato in due per il senso della lunghezza, per essere appeso alla parete a mò di scultura…

Dato che internamente l’apparecchio si mostrava in buone condizioni, e portava i segni di riparazioni recenti (cordone e spina d’alimentazione di moderna fattura, condensatori elettrolitici di produzione recente), provai ad accenderlo per vedere se dava segni di vita, tuttavia notai che la raddrizzatrice manifestava una luce bluastra tra i filamenti e le placche, indice di eccessiva corrente causata da un probabile corto circuito o forte dispersione dell’anodica verso massa.

Notai che il cavo di collegamento verso l’altoparlante, con rivestimento in fibra tessile, era dotato di isolamento in gomma la quale, come usualmente avviene, a distanza di anni risultava completamente rinsecchita, lasciando scoperti i conduttori in più punti. Questo aveva presumibilmente causato il corto circuito. Dato che, in questi casi, la dispersione non avviene quasi mai all’interno del cavo, ma nel punto in cui i cavi escono dalla guaina esterna, e considerato anche il fatto che il cavo non sarebbe stato sottoposto a particolari sollecitazioni, per salvaguardarne l’originalità ho pensato di non sostituirlo ma di procedere nel seguente modo:

  • ho disposto della colla acrilica nel punto in cui i fili (ormai praticamente spellati) escono dal cavo, avendo cura di mantenerli equispaziati; in questo modo si evita che tornino in contatto tra di loro
  • ho quindi tagliato gli stessi fili a circa un centimetro dal punto di incollaggio
  • ho poi saldato degli spezzoni di lunghezza pari ai fili tagliati, rispettando i colori originari
  • infine, ho coperto il punto di stagnatura e tutta la parte di conduttore a nudo con dei pezzi di guaina termorestringente, avendo cura di coprire fino al punto di incollaggio. Una volta fatta restringere la guaina, si può eventualmente mettere un altro po’ di colla.

La parte inguainata può essere rivestita con del nastro telato oppure, rispettando la finitura originale, con degli avvolgimenti di filo di cotone dello stesso colore della tela del vecchio cavo.

Poiché anche la parte sottostante il telaio di solito presenta lo stesso problema, ma è molto meno sollecitata, ho provveduto a ricoprire tutti i fili in gomma (che avevano ancora l’isolamento al suo posto) con della colla vinilica.

Il passaggio successivo è consistito nel verificare i condensatori elettrolitici che, come già accennato, erano di fabbricazione recente: uno dei due presentava una tensione di lavoro troppo bassa (350 volt), ed è stato sostituito con uno da 450 V.

Più per cautela che per effettiva necessità, ho rimpiazzato anche il “solito” condensatore di disaccoppiamento tra la preamplificatrice e le finali. Ebbene sì: la radio ha due finali 6V6 le quali, sorprendentemente, non sono in push-pull come si potrebbe pensare, bensì in parallelo tra loro: evidentemente la configurazione in controfase avrebbe comportato l’impiego di un’ulteriore valvola sfasatrice, che avrebbe portato ad un’ulteriore incremento del costo della radio e, soprattutto, della tassa radiofonica (come sappiamo, quest’ultima doveva essere particolarmente onerosa all’epoca).

Una volta ultimate queste verifiche di rito (tralasciando di parlare delle normali fasi di pulizia, lubrificazione, ecc.), si è passati alla prova di funzionamento vera e propria, che ha dato esito positivo da subito. Non è stato nemmeno necessario riallineare l’apparecchio in quanto presenta buona selettività e sensibilità. Tuttavia, durante il funzionamento, ho notato che inspiegabilmente l’occhio magico non emetteva benché minima luce, nonostante risultasse, secondo il provavalvole, in buona efficienza. Una rapida verifica dei collegamenti ha portato all’incredibile conclusione che il filo di collegamento di ritorno a massa del filamento della 6E5GT non era mai stato stagnato, col risultato che praticamente da subito l’occhio magico non ha mai funzionato, preservandosi come nuovo fino ad oggi. È bastato ripristinare il collegamento per ridonare all’apparecchio la verde luminescenza dell’indicatore di sintonia.

A questo proposito, quando si riscontrano anomalie nel funzionamento degli occhi magici, raccomando di verificare i seguenti punti:

  • se l’occhio magico non si illumina, verificare che la tensione anodica sia presente ai suoi elettrodi;
  • se l’angolo luminoso risulta troppo ristretto (nel caso di modelli come la 6E5, EM4, EM34, EM80, ecc.), verificare la resistenza (tipicamente 1 Mohm) posta tra l’anodo e il target, di solito saldata direttamente sullo zoccolo della valvola stessa;
  • se le variazioni dell’angolo luminoso al variare della sintonia sono scarse o nulle, verificare (dopo essersi assicurati che l’apparecchio sia correttamente allineato e che le valvole siano bene efficienti, onde avere un segnale di ampiezza sufficiente nei circuiti a frequenza intermedia) che il CAV sia efficiente, in particolare può avvenire che i condensatori a carta nel circuito CAV siano in perdita; dato che le resistenze presenti in questo circuito hanno valori dell’ordine dei megaohm, è facile comprendere che le bassa resistenza di isolamento verso massa dei vecchi condensatori rischia di compromettere del tutto il funzionamento del CAV e quindi dell’occhio magico;
  • verificare anche i valori delle resistenze del circuito CAV in quanto, essendo spesso del tipo ad impasto di carbone, tendono ad andare ampiamente fuori tolleranza, mettendo egualmente fuori uso il controllo automatico di volume.

L’ultima cosa che ritengo opportuno far presente è che sul selettore delle gamme d’onda di questa Minerva è presente anche la casella FM, fatto abbastanza soprendente per un modello dal design così retrò. Ovviamente si tratta di una semplice predisposizione, essendo presente sul retro del telaio un apposito attacco per un sintonizzatore FM esterno, il cui ingresso viene abilitato posizionando il selettore sul relativo segmento. Evidentemente tale sintonizzatore era disponibile nel catalogo degli accessori Minerva.

Magnetofono a filo Geloso G241/M

 | 21 gennaio 2010 22:28

Apprendo da Internet che il magnetofono Geloso G241/M è molto ricercato dai collezionisti: debbo in tal caso ritenermi fortunato del ritrovamento per una cifra davvero irrisoria dell’esemplare ora in mio possesso presso un rigattiere del centro della mia città. Mi aggiravo infatti per il locale dove era stipata una notevole quantità di ciarpame senza valore alla ricerca di qualche apparecchio valvolare o radiofonico o di qualsiasi cosa che fosse elettrica e avesse più di 50 anni di vita (a dire il vero senza particolare fiducia di trovare alcunchè, visto che i pezzi interessanti sono ormai diventati delle mosche bianche) quando mi imbattei nell’oggetto: confesso che, nonstante fossi stato subito colpito dalla particolare tecnologia impiegata di cui ero a conoscenza solo per “sentito dire” fui piuttosto titubante nello sborsare l’importo richiesto, in quanto il pezzo non mi pareva troppo accattivante nell’estetica e inoltre non sono mai stato un particolare fanatico della “nota marca” a cui bisogna comunque riconoscere i grandi meriti che ha avuto nello sviluppo dell’Industria italiana.
Divagazioni a parte, portai a casa il “registratore” il quale finì nella cantina dove alloggiano tanti suoi “colleghi” dotati di cordone elettrico e altoparlante, in attesa di tempi migliori (e di tempo libero dello scrivente…), dimenticato e abbandonato per un paio di anni, fin quando un giorno spinto dalla curiosità decisi di mettervi mano.
Per chi non conoscesse il funzionamento di questi dispositivi, si può dire che essi non differiscono come principio dai classici registratori magnetici, tranne per il fatto che il supporto non è un nastro di plastica, ma un semplice filo metallico, di materiale magnetico. Le testine di riproduzione e di registrazione sono situate all’interno di una sorta di braccetto e accolgono il filo all’interno di un’apposita fessura come le due valve di una conchiglia; tale braccetto durante la riproduzione sale e scende ripetutamente con un movimento lento in sincronia con la rotazione delle bobine al fine di distribuire uniformemente il filo nelle bobine stesse.
Notare che non è presente alcun sistema di arresto automatico: terminata la bobina di filo, quest’ultimo semplicemente si sfila senza tuttavia che possa srotolarsi come una molla da orologio, in quanto a ciascuna delle estremità è annodato uno spezzone di filo in fibra tessile che si avvolge per un paio di giri, evitando appunto lo srotolamento del filo metallico, e faciltando tra l’altro la presa sulla bobina vuota quando si vuole iniziare una nuova riproduzione.
Un cursore collegato con il motore dà un’indicazione dei minuti della registrazione o dello stato di avanzamento del nastro. Un apposito commutatore permette di scegliere la modalità di registrazione o di riproduzione, mentre un altro consente la marcia normale o il riavvolgimento. Un indicatore al neon pilotato da un’apposita sezione di una valvola consente di visualizzare il livello della registrazione.
L’esemplare in questione era corredato da una bobina di filo ancora montata in posizione di ascolto, mentre un’altra era presente di scorta nell’apposito cassetto situato nella parte inferiore del mobiletto.
Le condizioni generali non erano disperate, ma non potevano definirsi buone: grande quantità di sporcizia e ossido, inoltre e la cosa mi scoraggiava alquanto, era assente la puleggia che trasmetteva il moto dal motore alle pulegge. Il restauro rimase sospeso fino al giorno in cui una cara persona, conosciuta tramite radiomuseum.org e a cui devo questo e tanti altri favori, mi ha spedito una puleggia di ricambio: dopo aver ricostruito la parte in gomma deterioratasi con gli anni, la ho messa al suo posto e ho proceduto con la pulizia e il restauro. Purtroppo diverse persone vi avevano messo mano, e la meccanica era tutta starata, e con buona parte delle viti e dei dadi “molli”.

Sistemate le questioni meccaniche, ancora non riuscivo a far girare le bobine, in quanto sembrava che l’elettromagnete che attraeva il motore verso i ruotismi che fanno girare le bobine fosse troppo fiacco. Appurato che in realtà l’elettromagnete era perfettamente efficiente, e che si trattava di un difetto di lubrificazione in un punto che a una prima analisi mi era sfuggito, oliai i punti necessari, portando la parte meccanica in piena efficienza.
Passai quindi alla parte elettronica: i tubi risultavano ancora efficienti nonostante fossero ancora gli originali marchiati Geloso. Passai quindi all’accensione, avendo l’accortezza di alimentare con tensione gradualmente crescente l’apparecchio per non danneggiare gli elettrolitici dopo decenni di inattività. La riproduzione era notevolmente cupa e distorta, così analizzai in dettaglio il circuito componente per componente: fu necessario sostituire alcuni condensatori a carta andati in perdita, i quali non consentivano la corretta polarizzazione delle valvole. A seguito di ciò riprese a funzionare anche l’indicatore al neon. Gli elettrolitici risultarono invece stranamente efficienti.
A questo punto, verificata l’efficienza della riproduzione e della registrazione, la riparazione potè dirsi felicemente conclusa: la qualità audio è impensabilmente buona, per un “tafanario” del genere!
Una curiosità: sapete cosa conteneva la bobina che era montata “a corredo”? La registrazione di una trasmissione televisiva degli anni ’50 (con tanto di ripple a 50Hz) in cui un giovane Alberto Sordi intervistava (e prendeva un po’ in giro) una giovane e impacciata ragazza di Trieste, evidentemente ospite del programma.

Restauro RCA Superette R8 – 1931

 | 31 luglio 2009 21:55

Il restauro che mi accingo a descrivere riguarda una radio della mia collezione: ogni tanto capita di fare qualche  intervento per il puro piacere personale e per riportare in vita qualche cimelio, tra gli innumerevoli che giacciono sugli scaffali costretti ad una lunga attesa per mancanza di tempo. L’esemplare in questione è il modello Superette R8 dell’americana RCA Victor (Radio Corporation of America), azienda che non ha certo bisogno di presentazioni, in quanto autentica pietra miliare della storia della radio, titolare di fondamentali brevetti come la Supereterodina, la Modulazione di Frequenza, ecc.
Si tratta di un ricevitore soprammobile in legno, con andamento verticale (tombstone) e decorazioni in stile gotico a ricordare l’andamento delle chiese (da cui il soprannome “cattedrale” attribuito a questo tipo di modelli). Con la sua imponenza, la raffinatezza realizzativa e le caratteristiche tecniche, l’apparecchio può essere ascritto ai ricevitori di classe alta, ed in effetti ha tutte le caratteristiche di una radio a console (numero di valvole, sensibilità potenza, peso), inserite in un mobile da tavolo. Lo spot per il modello R7, da cui questo deriva, recitava infatti : The smallest great radio.
Dal punto di vista tecnico la radio è una supereterodina a 8 valvole, con stadio amplificatore a radio frequenza, oscillatore separato realizzato tramite triodo, due stadi amplificatori a media frequenza (IF = 175 kHz), controllo automatico di volume (AVC, una delle prime ad avere questo dispositivo) realizzato tramite triodo, stadio finale in classe A realizzato tramite pentodo UX247 e accoppiato in ingresso e in uscita tramite trasformatori (che contribuiscono al notevole peso dell’apparecchio).
Interessante notare che questo modello utilizza lo stesso telaio del precedente modello R7 (commercializzato anche in Italia dalla CGE), il quale non era dotato di AVC ed aveva lo stadio finale in push-pull realizzato con due UX245: per mantenere lo stesso numero di valvole, è stata eliminata una delle due finali, montando al suo posto la valvola UX227 per l’AVC e realizzando il finale con una sola valvola pentodo.
I filamenti delle valvole sono a 2,5 volt, a differenza della UX280, che lavora a 5 volt. Il triodo AVC ha un avvolgimento separato a causa delle tensioni che verrebbero a crearsi tra catodo e filamento se quest’ultimo fosse in parallelo alle altre valvole.

Il restauro di questo esemplare è stato particolarmente semplice, in quanto è bastata la sostituzione dei condensatori elettrolitici (peraltro già sostituiti negli anni 30), operata facendo in modo di mantenere l’aspetto originale del telaio, per ridare voce a questo autentico gioiello del passato. Non si è neppure posto il problema dei soliti condensatori in perdita tra lo stadio preamplificatore e la valvola finale, in quanto in questo apparecchio il disaccoppiamento tra i due stadi è ottenuto tramite trasformatore. Durante le operazioni di riparazione e ripulitura ho notato che il trasformatore era stato già sostituito in passato, probabilmente negli anni 30, in quanto mentre l’originale era avvitato sul telaio con i lamierini in posizione orizzontale quello presente nel telaio è disposto in verticalmente, così che ostacola leggermente l’ingresso del telaio nel mobile: era infatti montato leggermente inclinato per non interferire con gli altri organi.
Ho anche sostituito il potenziometro del volume, non originale, con un “ricambio originale” proveniente da un apparecchio rottamato da un amico collezionista: avrei ritenuto superfluo tale intervento, se non fosse che tale strumento, prodotto dalla Hammalrund, ha all’interno un curioso meccanismo di demoltiplica ad ingranaggi.
L’unica licenza alla filosofia del mantenere il più possibile l’originalità dei “pezzi” è stata la rimozione in sicurezza di una striscia di amianto posto nel mobile in prossimità delle valvole finale e raddrizzatrice, per evitare qualsiasi rischio di contaminazione futura dal pericoloso materiale.

Restauro autoradio d’epoca Autovox RA15/L per Lancia Aurelia B20

 | 17 aprile 2009 08:00

La riparazione di cui mi accingo a dare un resoconto è decisamente insolita: non capita tutti i giorni infatti di avere per le mani un’autoradio a valvole dei primissimi anni ’50, e per di più di fabbricazione italiana. Se aggiungiamo poi che la radio proviene direttamente dagli Stati Uniti attraverso una gloriosa Lancia Aurelia B20 Coupé, uscita dagli stabilimenti piemontesi nel 1952, probabilmente transitata in Francia o Canada (come testimoniato dalle valvole francesi che la radio montava) per qualche anno sino all’immatricolazione statunitense nel 1962 a Chicago, e finita nelle mani di un collezionista d’oltreoceano che negli ultimi 3 anni la ha amorosamente riportata in vita, be’… ritengo che la storia meriti di essere raccontata.

Mesi addietro fui contattato da un architetto statunitense e collezionista di Lancia storiche il quale, giunto a me tramite Radiomuseum e questa pagina web, mi chiedeva se potevo essergli in qualche modo di aiuto nel restauro della sua Lancia del 1952. Il lavoro era stato quasi ultimato, e puntualmente descritto nella sua pagina web www.lanciainfo.com,  tranne che per l’autoradio originale, un’Autovox RA15/L, la quale non era funzionante e versava in condizioni assai precarie, e per la cui riparazione si era rivolto a diversi tecnici i quali però avevano desistito dal portare a termine l’impresa: l’ultimo in particolare aveva detto che più andava avanti a riparare guasti, più ne trovava di nuovi. Dato che l’autoradio era già stata spedita da Chicago, senza successo, ad alcuni riparatori in California e nel Wisconsin, e non essendo a conoscenza di altre persone in grado di eseguire il restauro da quelle parti, dopo un’iniziale titubanza dovuta alle gravi in condizioni in cui, a giudicare dalle foto inviatemi, si trovava l’esemplare, convenni con il proprietario di tentare personalmente e di farmi spedire la radio per via aerea tramite corriere espresso.

Prima di parlare del restauro ritengo doveroso elencare alcune caratteristiche tecniche: la radio è un ricevitore supereterodina a 6 valvole (12BA6, 12BE6, 12BA6, 12AT6, 6AQ5, 6X4) con stadio amplificatore RF, a tre gamme d’onda (OM e 2xOC), alimentata ovviamente a 12 volt in corrente continua: per l’alimentazione ad alta tensione dell’anodica delle valvole è munita pertanto di un survoltore costituito da un inverter elettromeccanico detto “vibratore” che trasforma la tensione continua della batteria in alternata ad onda quadra, e da un trasformatore elevatore per alzare la tensione fino al valore necessario. Una valvola raddrizzatrice trasforma in continua la tensione in uscita dal trasformatore, per renderla adatta per alimentare le valvole. Grazie alla forma d’onda (quadra) la capacità di filtro non deve essere particolarmente grande, e infatti i condensatori di filtro sono alquanto piccoli.

La sintonia avviene mediante induttori variabili, azionati mediante la manopola sinistra. Già all’epoca si sentiva la necessità di non impegnare il conducente con la ricerca manuale delle stazioni, e infatti la radio è munita di tre tasti corrispondenti a tre stazioni memorizzate, il cui funzionamento avviene nel seguente modo: quando si preme il bottone un meccanismo svincola il dispositivo di sintonia (induttori variabili) dalla manopola di sintonia manuale, e porta tutto il dispositivo nella posizione corrispondente alla frequenza della stazione memorizzata, compreso l’indice della scala parlante.

La procedura di memorizzazione di una nuova stazione avviene nel seguente modo: all’interno di ciascun tasto è presente un pomello di ottone cromato che durante l’uso normale è completamente ritratto all’interno del tasto stesso. Qualora si volesse modificare la stazione presintonizzata associata al tasto è sufficiente premere a fondo il bottone associato (come se si volesse sintonizzare la stazione memorizzata), e premere la molla che si trova nella parte sottostante al tasto stesso. In tal modo il pomello in ottone fuoriesce verso l’esterno, e la sua rotazione permette di sintonizzare la nuova stazione esattamente come avviene con la sintonia manuale.

All’arrivo del plico non vi furono particolari sorprese, se non che le condizioni erano ancora peggiori di quanto appariva dalle foto: lo chassis cromato era cosparso da abbondanti tracce di ruggine, i fili e le guarnizioni in gomma erano completamente rinsecchiti, il frontalino in materiale termoplastico ingiallito e crepato, segni dei lunghi anni in cui la vettura deve essere rimasta abbandonata alle intemperie e al caldo sole estivo. Ciò che più suscitava preoccupazione tuttavia erano i tre pulsanti posti sotto la scala di sintonia, corrispondenti alle tre stazioni che potevano esser memorizzate e selezionate rapidamente premendo uno dei tre bottoni: già all’epoca infatti si sentiva la necessità di non impegnare il conducente con la ricerca manuale delle stazioni. Tutti i tre tasti infatti presentavano rotture con grosse mancanze di pezzi, uno dei tre aveva addirittura la plastica sbriciolata: non si sfaldavano soltanto perché tenuti assieme dal meccanismo interno di presintonia.

Dato che il problema mi creava non poco stress decisi di affrontare per prima questa questione, lasciando ad un secondo momento la riparazione elettrica dell’apparecchio, di solito più “tranquilla”. Per riparare le lacune e le mancanze di materiale plastico mi serviva un prodotto che oltre a incollare i pezzi permettesse anche lo stoccaggio. Risolsi la questione usando la colla epossidica per unire le parti più grosse, e per dare stabilità meccanica al pezzo, riempiendo le falle e le parti mancanti con della vetroresina a due componenti contenente fibre di vetro, trovata in un negozio di vernici qui a Udine. Il colore del preparato è stato corretto mediante delle terre apposite comprate nello stesso negozio. Una volta essiccata, i pezzi sono stati limati e lucidati, fino ad ottenere l’effetto visibile nelle foto, in cui la riparazione è visibile soltanto da molto vicino. Una volta terminato il lavoro i tasti sono risultati stabili, robusti e perfettamente funzionanti, e sono stati rimessi al loro posto.

Di seguito si è proceduto alla riparazione elettrica: per prima cosa si è verificata la completezza dell’insieme e la continuità dei cablaggi: sostanzialmente le persone che ci avevano messo mano prima di me non avevano fatto danni, tuttavia tutte le connessioni (alimentazioni, cavi altoparlanti, antenna, ecc.) erano state recise, e il primo compito (non facile) è stato di ripristinarle con lo schema alla mano. Durante questo lavoro ho notato una finezza tecnica: la presenza di una controreazione che porta una parte del segnale dal’altoparlante alla valvola preamplificatrice.

Nei precedenti tentativi di restauro i principali punti critici, ovvero gli elettrolitici di filtro, e i condensatori di disaccoppiamento, placca-griglia erano già stati sostituiti, per cui il lavoro era in certo qual modo facilitato, per cui provai a dare tensione. All’uopo, dato che non disponevo di un alimentatore in grado di erogare una corrente così elevata, me ne costruii uno modificando un alimentatore switching di un comune personal computer dismesso (a richiesta fornirò i dettagli per le modifiche).

Le valvole si accesero immediatamente di un bel colore rosso-arancio, ma in altoparlante non si udiva alcunché. Verificata l’anodica notai che la tensione era nulla, per cui passai a verificare il vibratore asincrono, il quale, mi resi conto, era fin troppo silenzioso… Misurando con l’ohmetro la continuità ai suoi capi notai che era praticamente aperto, nonostante la bobina fosse perfettamente efficiente (potevo infatti sentirla “scattare prontamente” quando la alimentavo con 12 volt). Evidentemente i contatti si erano “cotti” durante i lunghi anni di attività. Decisi allora di tentare una riparazione di fortuna per poterlo utilizzare ed effettuare le prove, almeno in via provvisoria in attesa di reperire un ricambio. Riuscii ad aprirlo forzando il fondello in alluminio stampato: l’interno era completamente coibentato in gommapiuma di caucciù, la quale mi stordì con il suo odore di gomma invecchiata. Dopo aver pulito con la carta vetrata i contatti e aggiustato le distanze fra gli elettrodi per garantire il corretto funzionamento lo provai e, verificato il funzionamento lo richiusi. Nel frattempo ordinai su un noto sito statunitense un vibratore di ricambio allo stato solido, il quale, successivamente arrivatomi, si rivelò un prodotto molto valido.

Inserito nel circuito il pezzo riparato la radio rivelò subito la sua voce potente e la sua sensibilità e selettività. Il cammino a questo punto era in discesa: tentai di accordare le medie frequenze, ma l’operazione si rivelò impossibile in quanto i nuclei ferromagnetici erano stati sigillati in fabbrica con della vernice. L’ultimo lavoro fu una piccola sistemazione nella meccanica di sintonia, che era difettosa a causa di una rottura nel cilindro di bachelite delle bobine di sintonia: a un certo punto verso fine scala il nucleo magnetico dell’induttore variabile fuoriusciva e cadeva, e bisognava rimetterlo a mano nel cilindro. Sistemato anche questo problema, lubrificai il tutto, lucidai il telaio con del Metalcrom e le parti in plastica con della cera apposita. Una volta impostate le tre frequenze preferite comunicatemi dal proprietario nella selezione rapida a pulsanti della radio (negli Stati Uniti c’è ampia scelta di stazioni in onde medie), a questo punto la radio era pronta per essere rispedita al proprietario, dall’altra parte dell’Oceano, per ritrovare la sua compagna di tante corse per le strade del vecchio e del nuovo Mondo.


(photos of the car by courtesy of Geoffrey, www.lanciainfo.com)

Si ringrazia il sito Viva Lancia per la gradita recensione all’articolo.

Restauro Radio Phonola 541 (Chassis 540) Serie Alcis – 1933

 | 7 agosto 2008 22:37

Una delle situazioni che più generano inquietudine in chi colleziona di radio d’epoca è quando, all’atto dell’acquisto di un raro esempare, il venditore dichiara tronfio: “funziona, lo ho fatto riparare da un esperto!”. Il 90% delle volte la povera radio è stata sottoposta ad ogni sorta di violenze e barbarie con l’unico fine di farla funzionare e presentare così sul banchetto del mercatino un pezzo funzionante: sostituzioni disinvolte di componenti non più reperibili con altri moderni nel migliore dei casi, fino a “semplificazioni” di circuiti evidentemente troppo complessi per l’improvvisato riparatore, con il risultato che ci si ritrova con un pezzo che per il collezionista ha un valore minore dello stesso prima dell’intervento, ma lo deve pagare a un prezzo superiore.


Questo è il caso dell’apparecchio qui descritto: un meraviglioso esemplare di Phonola 541 (Chassis 540) Serie Alcis del 1933 venduto per l’appunto come funzionante, ma che, in questo caso, era addirittura privo di alcuni componenti vitali e collegamenti elettrici, e pertanto era assolutamente impossibilitato a ricevere alcunché.
Dal punto di vista tecnico, questa radio è un ricevitore supereterodina atto alla ricezione delle sole onde medie, a singola conversione di frequenza, con stadio amplificatore a radiofrequenza. La frequenza intermedia è pari a 175 kHz, i relativi filtri sono pari a due. L’oscillatore è affidato alla valvola 57, un pentodo RF a cui è affidato anche il compito della conversione di frequenza. Il circuito di antenna è di tipo accordato, con il risultato che il condensatore variabile è dotato di ben quattro sezioni, rendendo il sistema, oltre che sensibile, molto selettivo.
Lo stadio rivelatore è realizzato tramite diodo, utilizzando quelli contenuti nella valvola 55. Lo stadio ad audio frequenza è del tipo in controfase o Push-Pull, realzzato tramite due triodi di tipo UX245. Lo sfasamento del segnale di pilotaggio dei triodi finali è affidato ad un opportuno trasformatore, a sua volta pilotato da un triodo di tipo 56. La peculiarità di questa radio è che monta due altoparlanti elettrodinamici, costruiti dalla Phonola su licenza della americana Magnavox, montati nalla parte inferiore del mobile, inclinati di 90 gradi l’uno rispetto all’altro in modo da dare al suono un effetto di tridimensionalità. Il pilotaggio delle rispettive bobine di campo è realizzato in maniera differente: per il primo altoparlante la bobina di campo funge da impedenza di filtro della tensione anodica,ed è posto sul lato negativo dell’alimentazione; la bobina di campo del secondo altoparlante invece ha la unica funzione di generare il campo magnetico per il funzionamento dell’altoparlante, ed è alimentato dal lato positivo della alimentazione anodica, di conseguenza la resistenza del suo avvolgimento è piuttosto alta, di circa 9000 ohm, per non caricare eccessivamente la valvola raddrizzatrice.
Le 8 valvole montate (58 57 58 55 56 45 45 80) sono della serie americana a 2,5 volt.

L’apparecchio è dotato di presa fono, la cui inserzione/esclusione è affidata a un deviatore posto nella parte posteriore del telaio, ed è provvisto anche di presa elettrica a 110 volt per l’alimentazione del motore del grammofono. Caratteristica interessante è che la presa è di tipo americano a due linguette verticali.
Dal punto di vista costruttivo, il tutto è realizzato in maniera impeccabile, e l’ordine regna sia sopra che sotto il telaio, nel puro stile delle Phonola; tutte le parti metalliche, ad esclusione di quelle in alluminio, sono verniciate con smalto metallizzato, tutte le minuterie e le parti accessorie sono curate sotto ogni dettaglio, basti dire ciascun portavalvola è dotato di etichetta di colore diverso per dare un’indicazione anche visiva del corretto posizionamento.


I comandi sono azionati da tre manopole a forma di piramide poligonale in legno, e costituiscono i controlli di volume, sintonia e tono.
Il mobile è realizzato in legno solido, rivestito in impiallaccio di diverse essenze, e di radica sul frontale. L’andamento del mobile, bipartito, è alquanto insolito ed è per certi versi orientaleggiante, richiamando la forma di un tempietto pagano: la parte soprastante, avente andamento rettangolare con il tetto leggermente arcuato, contiene il telaio ed ospita quindi le tre manopole e la scala numerica in celluloide a mezzaluna, la parte inferiore alloggia gli altoparlanti, mascherati da due griglie in legno traforato inclinate a 45 gradi e poste in posizione retrostante rispetto al frontale. Davanti ad essa sono poste tre colonnine in legno con inserti in ottone, la cui funzione estetica è quella di sostenere la parte soprastante, come le colonne di un tempio sostenevano il frontone. Tutto l’insieme è molto armonioso e suggestivo, e rende questo apparecchio una delle radio italiane più belle e ricercate in assoluto.

L’apparecchio mi è stato portato in riparazione da un mio amico collezionista dopo che era stato acquistato in un negozio della mia città a un prezzo non irrisorio ma comunque commisurato all’importanza del pezzo. La situazione era la seguente: mobile con notevoli segni di tarli e restaurato in maniera sbrigativa con semplice verniciatura sopra la vecchia patina, una manopola mancante con il relativo perno segato di netto, un’altra manopola rotta, cornice in legno della scala mancante di un pezzo. Di contro il mobile era comunque solido e ben conservato sotto gli strati di vernice sovrapposti, e le tele degli altoparlanti erano in ottime condizioni. La parte elettronica invece versava in condizioni deplorevoli: uno spesso strato di sporcizia incrostata copriva tutta la superficie del telaio, che presentava anche notevole ossidazione e presenza di ruggine, altoparlanti ossidati e senza collegamento, c’erano alcuni fili tagliati, valvole messe a caso e altre anomalie che non facevano presagire nulla di buono. Dopo aver estratto il telaio dal mobile compresi meglio la situazione: apparecchio per fortuna ancora recuperabile, ma al prezzo di notevoli sforzi e giornate di lavoro. Riassumendo si può dire che la radio era stata portata in riparazione da qualcuno che, pur avendo qualche idea a riguardo, comunque non era stato all’altezza dell’oneroso compito e aveva lasciato il lavoro a metà, purtroppo non rimettendo al loro posto i componenti tolti. Non riesco a concepire come questa radio possa essere stata venduta come funzionante, a meno che per funzionante non intendessero dire che si accendevano le valvole, giacché persino la lampadina della scala era stata asportata.

Restauro Imcaradio Esagamma IF71

 | 9 marzo 2008 22:16

Quando mi portarono in riparazione quella che mi era stata descritta come una “vecchia radio da aggiustare”, pensando si trattasse della solita radio a fagiolo anni ’50, non credetti ai miei occhi quando vidi che si trattava nientemeno che di una Esagamma IF71 (III Serie) della mitica Imca Radio, e per di più apparentemente ben tenuta.

Allo stupore iniziale per la pregevolezza del pezzo, seguì quasi subito un certo sconcerto alla vista del telaio: mancavano infatti ben quattro delle sei scale in celluloide, una valvola era rotta e i trasformatori di media frequenza presentavano delle vistose ammaccature come fossero stati presi a martellate. Ad un’ulteriore analisi, mi accorsi pure che le due grosse ruote dentate in bachelite, relative alla sintonia fine e al cambio gamma, erano spaccate in vari pezzi e raccolte in un sacchetto di plastica. Capii dunque che il precedente riparatore, dopo aver fatto cadere rovinosamente a terra il telaio, aveva desistito dall’impresa, restituendo al proprietario l’apparecchio in condizioni ben peggiori di quelle in cui l’aveva ricevuto.
Il grosso del lavoro è consistito sostanzialmente nell’incollaggio e stuccaggio degli ingranaggi e nella ricostruzione dei denti e delle parti mancanti con della vetroresina, successivamente dipinta nella tonalità tipica della bachelite; infatti, dopo aver sostituito i condensatori elettrolitici e sistemato quelle parti che si erano deformate con la caduta, la radio ha funzionato al primo colpo. Questo si spiega con la cura maniacale con cui è stato costruito ogni dettaglio della radio: cablaggi ordinatissimi, uso di ceramica per tutte le bobine di alta e media frequenza, resistenze e condensatori di prima qualità, tanto è vero che si sono rivelati tutti in perfetta efficienza, dopo diversi decenni di vita.

Per chi non conoscesse questo imponente apparecchio, ricordiamo che esso monta il famoso tamburo rotante brevettato dall’ing. Italo Filippa. In questo tamburo (foto a lato) sono presenti tutte le bobine di antenna, interstadio e oscillatore di tutte e sei le gamme; questo cilindro è diviso in sei spicchi, ciascuno corrispondente ad una gamma d’onda, e ognuna avente la propria scala e la propria serie di contatti striscianti. Per cambiare gamma d’onda, bastava imporre una rotazione al tamburo, selezionando la scala corrispondente alla gamma d’onda desiderata, in questo modo i contatti corrispondenti entravano nelle rispettive forchette, facendo entrare in funzione le bobine della gamma scelta.

Restauro Magnadyne FM12

 | 8 marzo 2008 21:00

La radio in oggetto, una Magnadyne FM 12 prodotta nell’anno 1955, mi è stata portata in riparazione da un vecchio amico in quanto presentava il cordone di alimentazione tagliato. L’apparecchio si presentava in buone condizioni generali, senza tracce di ruggine sul telaio e solo qualche leggero segno del tempo sul mobile. Pertanto, dopo solo una spolverata e una ripulita, il tutto è tornato quasi come nuovo.

Dopo aver sostituito il cavo di alimentazione e controllato che non ci fossero segni evidenti di bruciature, ho provato ad accendere la radio tenendola sottoalimentata per circa mezz’ora, al termine della quale, dopo aver dato piena tensione, la radio ha cominciato a funzionare discretamente bene.
Dopo alcuni minuti di funzionamento, tuttavia, ha iniziato a manifestare una certa distorsione unita ad un surriscaldamento della valvola finale, sintomo della solita avarìa al condensatore di disaccoppiamento tra la preamplificatrice e la finale. Sostituito il condensatore, la radio ha cominciato a cantare come un usignolo.
Deciso a rimontare il telaio nel mobile, dopo un’ultima accensione di sicurezza, mi accorsi che la modulazione di frequenza non funzionava più. Controllando nelle vicinanze del gruppo FM, che in questo modello è posto a parte, al di sopra del condensatore variabile (relativo alle sole gamme a modulazione di ampiezza), notai che la cordicella entrante nel gruppo era lasca. Il gruppo FM di questa radio è del tipo a permeabilità variabile, ossia varia l’induttanza dei circuiti di antenna e di oscillatore, e la cordicella in questione agiva facendo scorrere il nucleo ferromagnetico delle relative bobine.
Aprendo quindi il gruppo, ho notato che la cordicella era spezzata dalla parte della molla che la teneva in tensione. La riparazione è consistita nella sostituzione della cordicella e nel suo corretto tensionamento al fine di far corrispondere la reale frequenza ricevuta con le indicazioni presenti sulla scala.

Radiomarelli Tamiri

 | 28 ottobre 2007 16:13

Radiomarelli Tamiri

La Radiomarelli (Magneti Marelli) mod. Tamiri “Tipo 20” è una radio prodotta dalla nota casa milanese nel 1934. Dal punto di vista tecnico l’apparecchio è un ricevitore supereterodina a 3 gamme d’onda (medie, lunghe, corte), dotato di 5 valvole di tipo americano (6A7, 78, 75, 41, 80). Il grosso altoparlante è di tipo elettrodinamico.
Il mobile è rivestito di un impiallaccio in radica, il cui andamento è spezzato da intarsi di legno più scuro.
Il frontale è caratterizzato dalla tela dell’altoparlante (la tela non è più quella originale, ma è stata sostituita negli anni) contornato da due scale parlanti in celluloide recanti le stazioni ad onde medie a destra ed onde lunghe e corte a sinistra, che si illuminano alternativamente a seconda della posizione del selettore di gamma. Nella parte bassa del frontale si trovano i comandi dell’apparecchio, costituiti da 4 manopole corrispondenti all’interruttore-controllo di volume, al controllo di tono, al commutatore di gamma e alla manopola di sintonia. Al centro è presente l’indicatore di sintonia a lancetta retroilluminato: si tratta di un milliamperometro posto in serie all’alimentazione anodica delle valvole di media frequenza, la cui corrente aumenta o diminuisce sotto l’effetto del controllo automatico di volume; in corrispondenza di un’emittente forte la tensione del controllo automatico di volume è alta e conseguentemente la corrente anodica è bassa, cui corrisponde una deviazione dell’indice.

 

Restauri del mese: Zenith Transoceanic e Kennedy K445

 | 27 settembre 2007 21:33

Alcuni degli ultimi restauri di settembre:

  • Zenith Trans-Oceanic R-520/URR, un meno comune Transoceanic militare. Aveva numerosi componenti guasti, tra cui il ballast 50A1.
  • una Kennedy K445: